Il primo compito di un vertice è rendere un’organizzazione capace di funzionare al di là della persona che la guida

9 giugno 2026 – Il nostro CiNico, qui, ricordava il momento in cui in Sna venne abolito il limite dei mandati alla presidenza.
In una normale organizzazione democratica, una leadership lunga di solito viene giustificata da chi la esercita chiamando in causa consenso, risultati, esperienza, continuità e, soprattutto, stabilità. Quando questi concetti si trasformano, anche implicitamente, nell’idea che nessun altro sia in grado di guidare quell’organizzazione, diventano personalizzazione della funzione.
Perché mai un leader, per quanto illuminato, adatto, affidabile, competente ecc. ecc. pensi di essere, dovrebbe considerare la propria permanenza necessaria? In una struttura associativa sana, il compito di un vertice non è solo governare, ma soprattutto rendere quell’organizzazione capace di funzionare oltre la persona che la guida.
A meno di contingenze gravi che giustifichino, temporaneamente, il mantenimento della guida da parte di qualcuno, se dopo molti anni al vertice l’argomento è ancora la necessità di preservare quella continuità, quella esperienza, quella specifica persona, si apre un problema che non è necessariamente un problema di legittimità, ma certamente un problema di maturità democratica dell’organizzazione. Una leadership efficace dovrebbe lasciare dietro di sé un’associazione più autonoma, più strutturata, più ricca di competenze, non un’associazione che sembra dipendere dalla permanenza del medesimo presidente.
Un’organizzazione grande e complessa come Sna, è davvero così povera di energie interne da non poter essere guidata da nessun altro e perciò da dover legittimare l’occupazione permanente dello spazio politico?
Lato iscritti, in un’associazione democratica, il consenso alla continuità è politicamente forte solo quando nasce da partecipazione ampia, informazione trasparente e reale possibilità di scelta. Ma se deriva da disinteresse, bassa partecipazione, abitudine o assenza di alternative visibili, assomiglia all’inerzia.
Il presidente Sna non viene eletto direttamente da tutti gli iscritti, ma dal congresso nazionale elettivo, composto da rappresentanti territoriali, rappresentanti dei Gaa e alcune figure storiche dell’organizzazione. Ma quando la partecipazione alle assemblee provinciali è bassa e i delegati al congresso sono scelti anche in base alla loro disponibilità a votare secondo le indicazioni già definite dalla sezione provinciale di appartenenza, il richiamo alla sovranità degli iscritti diventa molto fragile.
Il limite di mandato non serve a sostituirsi al giudizio degli aderenti, ma ad impedire che una leadership, grazie al controllo progressivo degli apparati, delle relazioni interne e dei meccanismi congressuali, diventi sempre meno contendibile. Se la libertà di rieleggere lo stesso leader può essere un valore democratico, lo è di certo anche la possibilità concreta di alternanza senza la quale la rielezione periodica assume più i contorni di una conferma formale che di una scelta realmente aperta.
Le democrazie mature non si fondano solo sul voto, ma anche su regole di equilibrio, limiti, pesi e contrappesi, trasparenza, accesso alle informazioni, pluralismo e ricambio. Di conseguenza, quel limite, ben lungi dal poter essere liquidato come un cavillo, rappresenta un necessario strumento per proteggere quella democrazia dalla concentrazione prolungata del potere.
Lo statuto Sna necessita perciò di alcune revisioni per aumentarne la democraticità interna.
Il fatto che una leadership lunga esista non dimostra che sia sana, ma solo che è possibile.
Cinna

“Non posso scommettere ma, se potessi, scommetterei su di te”

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